sabato 4 febbraio 2012

Il debito pubblico e gli enti locali

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IL DEBITO PUBBLICO E GLI ENTI LOCALI
UN'INTERESSANTE RIFLESSIONE IN UN INCONTRO ORGANIZZATO A FIRENZE DALLA LISTA CIVICA DI FIRENZE PER UN'ALTRA CITTA' E DEMOCRAZIA KM ZERO


IL DEBITO PUBBLICO E GLI ENTI LOCALI
con Ivan Cicconi, autore de "Il libro nero dell'alta velocità, ovvero Il Futuro di Tangentopoli diventato storia". Un viaggio inquietante tra aziende partecipate, project financing, esternalizzazioni. Il debito pubblico usato per finanziare la speculazione finanziaria è diventato il male assoluto. Ma da dove arriva questo macigno, con quali meccanismi si è formato, come si riproduce? E dove è nascosta quella grossa fetta di debito che oggi esiste ma non è ancora conteggiata nel bilancio dello stato? Alcuni meccanismi che generano debito sono infine legati al bilancio degli enti pubblici: dal project financing all'intrico delle aziende partecipate. La legislazione vigente, inoltre, spinge ulteriormente i Comuni a indebitarsi a tutto svantaggio per i cittadini. Conoscere e capire il baratro in cui ci ha spinto la favola liberista (privatizzazioni comprese) è un passo importante per uscire dalla crisi economica e da quella della democrazia.



Sintesi dell'incontro di Gianni Del Panta
Ivan Cicconi nella sua ultima fatica “Il libro nero dell'alta velocità, ovvero il futuro di Tangentopoli diventato storia" ha tentato un esperimento ambizioso ed entusiasmante: leggere l’attuale crisi del capitalismo attraverso uno degli strumenti che più hanno caratterizzato tale sistema economico negli ultimi anni: l’appalto. Il settimo incontro del ciclo di appuntamenti organizzato dalla lista di
cittadinanza perUnaltracittà e da Democrazia Km Zero è uno squarcio su una realtà quasi sconosciuta, una scoperta alquanto dolorosa. Cicconi, con voce soave e ammaliante, ha sapientemente alternato ai riferimenti giuridici il precipitare quotidiano della situazione del nostro Paese, riuscendo così a coinvolgere il numeroso pubblico presente. Tiziano Cardosi, incaricato di spronare l’ospite con domande e riflessioni, ha presto rinunciato al suo compito: tanta era la carica incontenibile dell’argomentare di Cicconi.
Si parla di Tav, ma per una volta non sono in primo piano i disastri ambientali causati da un’opera inutile e costosissima. Sembra così strano che i 93 miliardi di euro spesi per una infrastruttura che forse potrà servire al 5-6% degli utenti ferroviari, cioè una percentuale piccolissima della popolazione italiana, possa essere considerato un fattore quasi secondario. Eppure è la triste conclusione alla quale ha condotto tutti noi l’incontro con Cicconi. Il focus della discussione si è infatti incentrato sull’architettura contrattuale e finanziaria con la quale è stata realizzata l’alta velocità. Proprio questo modus operandi, codificato e normato, è diventato un vero e proprio modello, applicato anche nella realizzazione di qualsiasi altra opera pubblica.
Per comprendere con chiarezza l’argomentare di Cicconi ci sembra saggio separare i tre punti più importanti da lui toccati.
In prima istanza, il modello Tav rappresenta l’emblema di quello che è stato il passaggio tra Prima e Seconda Repubblica per quanto concerne i servizi locali. Con la scusa di abbassarne i costi e migliorarne la qualità si è giunti alla privatizzazione della gestione dei servizi pubblici senza liberalizzazioni. Il passaggio è stato dal monopolio statale in settori strategici per lo sviluppo del nostro Paese ad un oligopolio privato e ristrettissimo. Le società di diritto pubblico normate da leggi dello Stato, come ad esempio le aziende municipalizzate, monitorate nelle loro delibere dalle articolazioni provinciali dei comitati regionali di controllo, sono state sostituite da società di diritto privato. Così se in passato erano i Consigli Comunali a selezionare tramite voto singolo e segreto gli organi e le modalità d’indennità dei consiglieri di queste società, adesso sono i consigli
d’amministrazione stessi a definire in modo autonomo lo stipendio che prenderanno nella loro funzione. Da circa 1500-1600 società di diritto pubblico operanti ad inizio anni novanta a livello locale e nazionale, siamo passati ad oltre 20000 aziende completamente controllate dal sistema dei partiti, che seleziona la classe dirigente di queste società, fino a giungere, come nel caso dell’Atac di Roma, addirittura all’assunzione del personale.
Il secondo problema collegato al modello Tav è il ricorso ai privati per realizzare un’opera qualora non ci fossero risorse da parte degli enti pubblici, tramite il cosiddetto “project financing”. Il project financing è stato sperimentato proprio a partire dal 1991 nel progetto Tav, quando questo è stato lanciato. Secondo quanto sbandierato nella conferenza di presentazione del progetto, ben il 60% dell’opera doveva essere finanziato dai privati. In realtà si trattava semplicemente di prestiti attivati da una società di diritto privato, che venivano garantiti dal socio di maggioranza relativa all’epoca, divenuto socio unico a partire dal 1997: Ferrovie dello Stato. Erano quindi prestiti garantiti dall’amministratore delegato di Fs e dal socio unico di questa società. Indovinate di chi si trattava?
Del Ministero del Tesoro! In sostanza i privati prestavano soldi alle esangui casse statali per realizzare un’opera, non contribuendo però neanche in minima parte alla sua edificazione, che veniva sbandierata con furbizia come il sapiente frutto della collaborazione tra pubblico e mercato.
Ma quale era il motivo di questo operare? La ragione è semplice e risiede nel tentativo di derogare al patto di stabilità europeo. La contabilità di una società di diritto privato non viene infatti calcolata nell’ammontare del debito pubblico nazionale, finendo così per non figurare in quello che viene già considerato un fardello gravissimo per tutti noi: i 1900 miliardi di euro di debito cumulati dal nostro Paese.
Il terzo aspetto da evidenziare riguarda l’approvazione nel 2001 della cosiddetta “Legge Obiettivo”,
concernente la possibilità di realizzare grandi opere in deroga alla normativa europea con lo scopo di accelerarne la realizzazione e di coinvolgere i privati.
Veniva così modificato un articolo della legge quadro sui lavori pubblici, la cosiddetta “Legge Merloni”, con la quale l’Italia aveva recepito nel 1994 le direttive europee sugli appalti pubblici, accettando le definizioni date a livello comunitario di due tipici istituti contrattuali: il contratto d’appalto e il contratto di concessione. Nel primo caso il committente affidava la realizzazione di un’opera ad un’impresa, pagando l’intero importo dell’attività svolta da quest’ultima. Nel contratto di concessione invece, il corrispettivo dato dal committente (pubblico in questo caso) non era monetario, ma consisteva nel diritto di gestire l’opera per un periodo temporale stabilito, che non poteva comunque superare i 30 anni. In questo caso la gestione dell’opera poteva essere accompagnata da un corrispettivo in denaro rilasciato in un secondo tempo dall’ente appaltante; così si prevedeva l’ipotesi in cui la gestione non fosse sufficientemente remunerativa da permettere
di recuperare l’investimento iniziale nel lasso di tempo predefinito. Si stabiliva inoltre che questo accompagnamento non potesse arrivare a coprire più del 50% del costo totale dell’opera. Nel 2001
venivano modificati entrambi gli aspetti quantitativi della legge: il suddetto 50% e il limite dei 30 anni nella durata della concessione. Due norme ragionevoli, in quanto perde di senso che l’accompagnamento, in quanto tale, superi la metà dell’investimento totale; ed inoltre qualunque previsione di mercato fatta in un lasso di tempo superiore ai 30 anni non ha alcuna attendibilità.
Gli effetti nefasti della normativa espressa dalla “Legge Obiettivo” possono essere compresi esaminando il caso della realizzazione della sede unica del Comune di Bologna, affidata tramite project financing ad una società privata. Gli esegui ricavi garantiti al privato dalla gestione di tale opera, calcolati nel 12% dell’investimento iniziale per il periodo della concessione (28 anni), non avrebbero infatti permesso con la passata legislazione di attivare l’investimento; in quanto sarebbe stato necessario un accompagnamento tanto ingente da sfiorare il 90% dell’importo totale e da prevedere un canone annuale di 9,5 milioni di euro. Attraverso la modifica del valore della percentuale massima di accompagnamento e della durata della concessione è stato invece possibile realizzare quest’opera, che comporterà per la città emiliana un ingente saldo corrente nel proprio bilancio per 28 lunghi anni. Così facendo però i quasi 300 milioni di euro necessari per la realizzazione dell’opera non figurano nel debito pubblico nazionale, finendo per rappresentare
quell’ingente parte di debito contratto dal nostro Paese, ma non conteggiato nelle statistiche ufficiali. Secondo stime attendibili dal 2001 ad oggi tramite il project financing e la passività di bilancio nascosta nelle 20000 società di diritto privato sarebbero stati occultati oltre 180 miliardi di euro di debiti, costituiti per oltre il 90% da spesa corrente e quindi non comprimibile. Il saldo generale porterebbe così il rapporto debito/pil alle soglie del 140%.
Ivan Cicconi ha però anche la capacità di far scivolare improvvisamente il discorso da un’inquadratura teorica alla stringente attualità. Così riesce a contestualizzare le liberalizzazioni volute dal governo Monti e definite dal Partito Democratico come “troppo timide”, all’interno di quel più vasto processo di precarizzazione generalizzata che colpisce ormai da molti anni tutto il mondo del lavoro. Sbandierate come necessarie e salvifiche per un mercato imbrigliato da troppi interessi particolaristici, si rivelano invece un graditissimo regalo per i grandi gruppi industriali e commerciali. Un esempio per tutti: l’abolizione della tariffa minima e massima nelle prestazioni dei professionisti. Dimenticandosi che le tariffe minime furono introdotte nel nostro ordinamento proprio per tutelare gli interessi degli utenti, molti oggi ritengono che questa norma possa andare
nella direzione di un abbassamento del costo di determinati servizi.
Credendo alla trita favola della concorrenza che comprime i prezzi (numerosi esempi di segno diametralmente opposto non hanno probabilmente insegnato niente) uno stuolo di benpensanti a rete unificate ripropone questa litania. In realtà, questa norma avvantaggerà proprio le grandi “corporation” che non vogliono l’architetto o l’avvocato di turno protetto dal contratto minimo, ma non produrrà alcun effetto benefico sulla cosiddetta “domanda debole”, quella cioè del cittadino, che non dispone della possibilità di fare contratti vincolanti. La tariffa minima era così diventata per il mondo delle partite Iva il contratto collettivo nazionale di lavoro. La sua abolizione è quindi la condanna ad una vita precaria per le future generazioni di professionisti. Non saranno i soli, però.
Sottotraccia, nascosto nell’oscuro linguaggio giuridico, il governo ha infatti pensato bene di far passare nel cosiddetto decreto “Cresci Italia” l’eliminazione dell’obbligo di applicare il contratto collettivo di settore nel trasporto ferroviario. L’ennesimo dono per il “coraggioso” terzetto che nel 2006 decise di fondare con un investimento di un milione di euro (proprio così, avete letto bene) la società NTV (Nuovo Trasporto Viaggiatori). Luca Cordero di Montezemolo, Diego Della Valle e l’imprenditore campano Gianni Punzo (più volte sospettato di mantenere stretti rapporti con la Camorra), riuscendo a siglare nel 2007 con l’allora governo di centrosinistra un protocollo di accordo nella gara (pubblica!!) di assegnazione della gestione dell’alta velocità, hanno infatti ottenuto una concessione di dieci anni per determinate tratte ferroviarie. Adesso saranno liberi di andare in deroga al contratto nazionale, abbattendo i salari dei lavoratori e aumentando i propri profitti. Ancora più interessante è però scoprire come una società con capitale così limitato, senza né treni né esperienza nel settore, possa essere riuscita ad ottenere concessioni così importanti. Una volta siglato l’accordo, avviene nel 2008 un cospicuo aumento di capitale, generato in gran parte dall’ingresso nella società di Intesa-SanPaolo, amministratore delegato Corrado Passera. Nel giro di soli cinque anni, senza aver offerto alcun servizio, Montezemolo, Della Valle e Punzo detentori del 95% di una società che valeva un milione di euro, si ritrovano con il 32,5% di una società che ha 300 milioni di capitale. Profitto realizzato: +10.000%. Altro che spread!
L’ultima perla Cicconi la riserva alle trasformazioni prodotte nel mondo del lavoro dall’appalto. La Fiat vent’anni fa aveva 150.000 dipendenti. Oggi a fronte di un fatturato cresciuto di sette volte, i dipendenti diretti si sono ridotti dell’80%. Lo strumento per realizzare questa vasta ristrutturazione è stato proprio l’appalto, con la grande impresa che “spacchetta” la realizzazione di un manufatto a tante piccole e medie aziende altamente specializzate. Così, le 200 più grandi multinazionali, capaci di gestire nel complesso il 65-70% della circolazione globale delle merci, occupano direttamente solo lo 0,75% dei lavoratori mondiali. L’appalto è diventato lo strumento fondamentale di organizzazione delle imprese, l’elemento irrinunciabile per l’iper-flessibilità del mercato. In caso di crisi economica viene infatti tagliato il contratto di appalto, cosa molto più semplice che licenziare migliaia di lavoratori con contratto a tempo indeterminato.
L’appalto ha quindi allontanato il capitale dal lavoro, il capitalista dal lavoratore vivo, ha fatto diminuire la capacità delle maestranze di rivendicare diritti e salari migliori. La crisi finanziaria è la crisi di questo tipo di capitalismo, è la crisi del capitalismo come sistema. Sta anche a noi impegnarci – e subito – per un mondo migliore.

Quanto è monotono il “tecnico” Monti

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fonte: www.sbilanciamoci.info


di Felice Roberto Pizzuti


03/02/2012


Dietro le scelte del governo c'è una politica precisa. Ed è un'applicazione radicale della visione liberista, proprio quando la crisi ne certifica il fallimento
Tra le qualità attribuite al governo Monti c'è la sobrietà; potrebbero dunque lasciare perplessi alcune sue posizioni. Ad esempio, è decisamente stravagante affermare che le misure di liberalizzazione presentate faranno aumentare il PIL addirittura del 10%. Una valutazione siffatta, prima ancora che enfatica, non ha basi affidabili di misurazione, ma esime o distoglie l’attenzione da misure di stimolo alla domanda che in una situazione di grave recessione sono sicuramente più appropriate ed efficaci.
La sobrietà di Monti suscita non minori dubbi quando, riferendosi ai tre obiettivi del suo governo – rigore dei conti pubblici, crescita ed equità –, sostiene che il terzo sarà il risultato delle riforme volte a rendere i mercati realmente concorrenziali. Solo i neoliberisti più sfrenatamente ottimistici hanno immaginato che lo sviluppo generato dai mercati implichi un miglioramento anche per i più poveri (la teoria del trickle down, dello sgocciolamento), ma non sono stati confortati da verifiche empiriche. Tuttavia, se questa è l'idea di equità e del modo di raggiungerla, non sorprende la “tosatura” del sistema previdenziale pubblico, che pure ha un saldo attivo tra contributi e prestazioni previdenziali nette pari all'1,8% del Pil e già da anni sostiene il complessivo bilancio pubblico; né sorprende il progetto di depotenziarlo ulteriormente riducendo le aliquote contributive (e quindi le prestazioni) e immaginando un ruolo sostitutivo e non aggiuntivo per la previdenza privata che, però, assorbe risorse pubbliche (e qui sorge qualche contraddizione; come pure nell’accordare proprio in questo periodo l’aumento dei pedaggi delle autostrade a favore di gestori privati operanti in un contesto molto poco concorrenziale).
Ancora meno sobrio è cercare di convincere i giovani della “monotonia” del posto fisso quando il loro drammatico problema esistenziale è che oggi e in prospettiva sono disoccupati (uno su tre in media nazionale, una su due le ragazze meridionali) e che la loro precarietà di vita si estende fino a includere una inaffidabile copertura pensionistica. Questa sgradevole irrisione della condizione giovanile trae motivo dalla convinzione governativa che, nonostante la natura recessiva della crisi, l’imperativo sia comunque migliorare le condizioni dell’offerta. Il che, per il governo, giustifica anche l’aumento dell’età pensionabile (si avrebbe più forza lavoro disponibile; ma per fare cosa?). In realtà, il trattenimento forzoso a lavoro è servito solo a fare cassa, ma con l’effetto di ridurre ulteriormente i già pochi posti di lavoro disponibili per i giovani e di rendere meno produttiva e più costosa la forza lavoro (il ché, anche dal lato dell’offerta, non è positivo).
Trappola recessiva
Sorpresa deriva anche dalla soddisfazione espressa da Monti dopo la recentissima approvazione del "Patto fiscale" ("abbiamo avuto quello che volevamo" !?) dato che l'affermazione del "rigorismo" tedesco (peraltro, poco rigorosamente influenzato dalle esigenze elettorali della Signora Merkel ) imporrà politiche deflattive all'intera Unione (pregiudicandone la sopravvivenza), e particolarmente all'Italia, che già senza queste misure è in recessione. A riprova della pericolosa "stupidità" delle due regole stabilite dal "Patto " – il rientro di 1/20 l’anno dal debito superiore al 60% del Pil e il pareggio di bilancio annuale costituzionalizzato – il loro rispetto innescherà un meccanismo di autoalimentazione degli effetti deflattivi poiché quanto più un paese già tende a una crescita bassa o negativa (e avrebbe bisogno di misure espansive), tanto più consistenti dovranno essere le "manovre" restrittive (con gli ulteriori effetti deflattivi che si cumulano in una trappola recessiva).
A ben vedere, espressioni appena usate come "sobrietà" e "stravaganza" nel descrivere le opinioni di Monti sono fuorvianti, così come lo è parlare del suo come di un "governo tecnico". Il punto è che le sue "manovre" e le sue posizioni esprimono, come è ovvio, una visione politico-culturale che, cosa niente affatto sorprendente, è liberista; anzi, le posizioni appena ricordate rivelano un'applicazione radicale di quella visione, ma proprio quando la crisi ne certifica un suo nuovo, drammatico fallimento.
Il passaggio da mercati con rendite di posizione – magari di tipo corporativo – a mercati più concorrenziali può, in alcuni casi, avere anche effetti positivi. Tuttavia, la gravità della crisi globale esplosa nel 2007-2008 conferma quanto già dimostrato dalla grande crisi degli anni trenta e da una sterminata letteratura economica cioè l'illusorietà che il mercato, liberato dai "lacci e lacciuoli", possa determinare una elevata, stabile e diffusa crescita economica. Pensare dunque che le manovre di "rigore" e di liberalizzazioni adottate possano dare contributi significativi per uscire dalla crisi e migliorare l'equità, più che stravaganza, esprime una convinzione ideologica tanto accentuata quanto contraddetta da riscontri storici e analitici.
L'esplosione del debito e la finanziarizzazione dell'economia sono aspetti importanti della crisi, ma non le cause primarie; per uscirne occorre intervenire su aspetti "reali" dell'attuale modello di crescita. In primo luogo è necessaria una migliore distribuzione del reddito; non solo per attenuare le diseguaglianze macroscopiche esplose negli ultimi decenni, ma anche per consentire ad una superiore quantità e qualità della domanda finanziata da redditi reali (anziché da "bolle" o da incerti crediti al consumo) di annullare il divario con la capacità d'offerta produttiva che è all'origine della crisi. In questo contesto, i sacrifici salariali e delle prestazioni sociali richiesti come contributo “responsabile” dei lavoratori alla ripresa dell’economia ne costituirebbero invece un aggravamento; oltre che ingiusti, essi sarebbero controproducenti rispetto all'interesse generale mentre le richieste sindacali sono coerenti alle necessità della situazione attuale.
Allo stesso tempo, nel sistema produttivo occorre una riconversione dei modelli di produzione e di consumo che, assumendo nuove compatibilità sociali e ambientali, avvii una nuova rivoluzione tecnologica capace di coniugare la quantità della crescita con una sua superiore qualità civile.
Stato e mercato
Questi cambiamenti non possono scaturire solo dalla pura combinazione spontanea di interessi e scelte individuali; è necessario un riequilibrio tra scelte di mercato (che comunque vanno fatti funzionare al meglio) e scelte pubbliche. Anche in questo secondo ambito, è necessaria una ricomposizione tra i poteri e i criteri decisionali delle autorità di politica economica democraticamente rappresentative, come i parlamenti e i governi, e quelli delle istituzioni non direttamente rispondenti alla collettività, come le banche centrali. L'eccessiva autonomia assunta dai responsabili delle politiche monetarie e finanziarie, che è stato un riflesso dell'autonomizzazione dei mercati e della loro finanziarizzazione – ha contribuito all'inefficacia delle politiche economiche e alla crescita dei debiti pubblici, favorendo la crisi. È significativo che il Cancelliere dello Scacchiere del governo conservatore inglese abbia presentato una bozza di legge che prevede, in caso di future crisi, un intervento diretto della Banca centrale (BOE) su richiesta del governo, riducendo dunque l’autonomia d’intervento della BOE. Dal confronto, la completa autonomia della Banca Centrale Europea (per suo statuto e, più ancora, perché un governo europeo nemmeno c'è) si configura sempre più "stupidamente" controproducente.
Con la globalizzazione dei mercati, il riequilibrio tra la loro sfera d’influenza e quella delle istituzioni non può più avvenire a livello nazionale; anche per questo l’Unione Europea – fondata sull’unitarietà non solo del mercato interno e della moneta, ma anche delle scelte istituzionali – diventa, per ogni paese europeo, l’ambito più idoneo, se non l’unico possibile, per affrontare la crisi.
Ma nelle fasi di transizione, la difficoltà principale – come avvertiva Keynes – non sta nell’accettare le nuove idee quanto nel liberarsi dalle vecchie.
I tedeschi, per esempio, sono ancora ossessionati dall’esperienza inflazionistica della Repubblica di Weimar pur essendo oggi alle prese con una gravissima crisi recessiva; la loro interpretazione del rigore li porta a subordinare le evidenti esigenze macroeconomiche e di riequilibrio interno del progetto europeo all’estensione del loro modello fondato sugli avanzi commerciali che è logicamente incompatibile con il passaggio da un’economia nazionale a una continentale.
Democrazia, politica e tecnica
Un male oscuro particolarmente radicato nel nostro paese è la sfiducia nella politica e nelle istituzioni; negli ultimi decenni è ulteriormente cresciuto e ostacola il nostro contributo al riequilibrio dei rapporti tra mercati e istituzioni, tra le scelte operati da pochi e quelle più democraticamente rappresentative.
Un rischio grave ma realistico dell’evoluzione della crisi nel nostro paese è che si accentui una tendenza che pure ha contribuito a determinarla a livello globale, ovvero un suo esito tecnocratico, lesivo della democrazia.
Democrazia, politica e tecnica sono strettamente interrelate; se è vero che un “governo tecnico” opera scelte la cui ineliminabile valenza politica può essere pericolosamente poco trasparente, un “governo politico” che prenda decisioni tecnicamente inconsistenti esercita effetti parimenti dannosi per la democrazia. Nel nostro paese, l’aumento negli ultimi anni della sfiducia nella politica è stato favorito dall’autoreferenzialità e dall’opportunismo diffuso nella classe politica a danno del merito. Adesso il rischio democratico deriva dal fatto che, in presenza di una forte sfiducia nei politici e nella politica, le scelte del governo Monti vengano accettate solo perché sembrano tecniche, nel senso di neutrali e “dovute”. Questo è il prezzo, in prospettiva il più alto, che già stiamo pagando per la pur comprensibile sfiducia nella politica.
Considerate le esigenze poste dalla crisi – come una migliore distribuzione, un maggior ruolo pubblico, un incremento qualitativo della crescita – la Sinistra è la parte politica potenzialmente più “attrezzata” per affrontarla e per ricevere a tal fine il consenso democratico. La Sinistra dovrebbe dunque evidenziare i suoi valori costitutivi coniugandoli con la capacità tecnica di realizzarli e di combinare gli obiettivi di medio e lungo periodo con la gestione del presente; la sua storica preoccupazione di dover sopperire alle funzioni e alle carenze del Centro destra sono rese superflue anche dal fatto che un serio politico di quell’aria è arrivato. La Sinistra deve avere la maturità di assumersi la responsabilità di classe dirigente proponendo i suoi valori perché è di essi che c’è bisogno per superare positivamente la crisi e perseguire l’interesse generale.

sabato 10 settembre 2011

Appello per salvare dalla rimozione i reperti archeologici emersi nell'area di scavo del cantiere Laika

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Sembra che l'approvazione dell'Assessore Regionale sia imminente.

Leggete e, se siete d'accordo, inviate questa mail all' Assessore Regionale alla Cultura dott.ssa Cristina Scaletti all'indirizzo cristina.scaletti@regione.toscana.it

Oggetto: Scavi archeologici in area Laika: appello all'Assessore regionale alla Cultura dott.ssa Cristina Scaletti

Gentile Assessore Scaletti,
ho appreso con perplessità e sconcerto di quanto sta accadendo in località Ponterotto nel comune di San Casciano in Val di Pesa. Da più di dieci anni il Comune di San Casciano persevera nella scelta di una localizzazione ad alto impatto ambientale e paesistico per il capannone di 3 ha della multinazionale Hymer proprietaria di Laika caravan. Tale localizzazione fu operata al di fuori di ogni pianificazione e senza i necessari rilievi di archeologia preventiva, subendo un ricatto occupazionale che in realtà copre una semplice operazione di rendita immobiliare.
Nell'anno 2010 durante gli scavi cantieristici sono stati rinvenuti resti archeologici di un edificio di epoca etrusco-ellenistica e di una villa romana di età imperiale. Invece di valorizzare queste testimonianze storico-artistiche, l'amministrazione comunale ha fatto propria la istanza di RIMOZIONE DEI REPERTI avanzata da Hymer a pochi mesi dall'inizio scavi. Inoltre, il Comune ha deciso di intervenire con proprie risorse ad un progetto di demolizione, rimozione e ricostruzione in altro sito dei reperti, senza esplorare le alternative possibili che con modifiche progettuali salvassero almeno parte del sito archeologico.
In considerazione del fatto che tutte le procedure legate al progetto sono state svolte nella assoluta segretezza e senza contraddittori, che ancora non esiste neanche una riga di relazione pubblicata sugli scavi, che il progetto di rimozione è stato deliberato a scavi in corso (quando ancora la villa romana non era emersa) a prescindere quindi dai risultati, che l'accesso al cantiere è stato negato con il pretesto che si doveva concludere la campagna scavi, fornendo notizie confuse di minimizzazione del valore dei reperti (dichiarati all'inizio resti medievali), che il progetto a parere di molti esperti distruggerà il valore scientifico del sito e produrrà un falso storico e topografico.
Le chiedo di accogliere l'appello delle associazioni ambientaliste (WWF, LEGAMBIENTE, ITALIA NOSTRA, RETE DEI COMITATI) sospendendo la firma regionale all'accordo e aprendo un confronto tra i tecnici del settore di diversa opinione per verificare se davvero questa è la soluzione giusta per la "valorizzazione" dei nostri beni culturali.

Firma."

Archeopatacca

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Durante gli scavi per la realizzazione dello stabilimento Laika a Ponterotto San Casciano Val di Pesa sono emersi notevoli reperti archeologici, insediamenti etruschi e romani. Invece di tutelare al massimo l'area che è un bene comune del nostro territorio si decide di rimuovere l'intero complesso archeologico, pur di garantire la realizzazione di un intervento privato.
Abbiamo bisogno di essere in tanti per contrastare questa scelta scellerata!!!



mercoledì 7 settembre 2011

QUESTO CAPANNONE S’HA DA FARE: SPOSTIAMO GLI ETRUSCHI, PIUTTOSTO

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Durante gli scavi per la realizzazione dello stabilimento Laika a Ponterotto San Casciano Val di Pesa sono emersi notevoli reperti archeologici, insediamenti etruschi e romani. Invece di tutelare al massimo l'area che è un bene comune del nostro territorio si decide di rimuovere l'intero complesso archeologico, pur di garantire la realizzazione di un intervento privato. Ecco il nostro comunicato stampa:

QUESTO CAPANNONE S’HA DA FARE: SPOSTIAMO GLI ETRUSCHI, PIUTTOSTO
5 settembre, seduta della Commissione consiliare ambiente e territorio per discutere il Regolamento Urbanistico Comunale di San Casciano in val di Pesa: i rappresentanti del gruppo Laboratorio per un’altra San Casciano – Rifondazione Comunista abbandonano la seduta perché ritengono inutile partecipare a una discussione, pur fondamentale perché relativa ad ulteriori incrementi del consumo di suolo, quando sono stati negati trasparenza e coinvolgimento su un intervento assolutamente rilevante per il nostro territorio come l'area archeologica di Ponterotto emersa nel corso dei lavori del cantiere Laika, e chiedono l'immediata discussione dell'intero progetto nella commissione medesima.
Sorprese estive. Nel mese di agosto la Giunta comunale di San Casciano ha approvato una delibera dal titolo “Approvazione accordo per la disciplina dei rapporti per la rimozione, ricollocazione, restauro e valorizzazione delle strutture archeologiche rinvenute in località Ponterotto”. Erano diversi mesi, per lo meno dall'aprile 2010, che era stato chiesto ufficialmente un chiarimento in merito agli scavi in atto nel sito del cantiere Laika. Fu risposto, dall’Amministrazione comunale e anche dalla Soprintendenza, che la situazione era sotto controllo, che si procedeva tranquillamente al rilievo dei reperti e che, una volta chiusa l'indagine archeologica, sarebbe stata resa nota la relazione finale con la quale avremmo potuto conoscere la natura e l'entità dei ritrovamenti.
Anche nel successivo mese di settembre, in occasione dell'approvazione della delibera per lo stanziamento di fondi per un non ben identificabile “Museo Laika” denunciammo la mancanza di trasparenza non essendo assolutamente chiaro il tipo di intervento che si andava delineando sul sito archeologico e chiedemmo che venisse data la possibilità al consiglio comunale di prendere visione degli atti e dei risultati dell'indagine.
Adesso con la delibera del primo agosto scopriamo che già nel giugno 2010 il gruppo Hymer (proprietario di Laika) aveva avanzato la proposta di una “rimozione” del complesso dei reperti archeologici (etruschi e romani, ossia dell'intero insediamento edificato) e successiva “ricollocazione” in altra sede, e che questa proposta era stata accolta favorevolmente sia dal Comune che dalla Soprintendenza. Per più di un anno, quindi, si sono svolti tutti i contatti che hanno portato a questa delibera, presentata come una originale “valorizzazione” di un sito archeologico, ma l'Amministrazione in tutto questo periodo non ha ritenuto opportuno aggiornare esaurientemente il consiglio comunale.
Di norma in situazioni di questo genere i casi sono due: o i reperti non hanno gran valore, e allora se ne fa il rilievo e se ne pubblicano i risultati scientifici, per poi ricoprire il sito, oppure lo scavo si rivela importante e allora saranno i progetti di nuove opere che si dovranno adeguare. E’ quanto è successo a Gonfienti, nel caso del centro intermodale di Prato, ma anche sulla Grosseto-Siena, dove il tracciato è stato “rialzato” per lasciare la possibilità di studiare reperti etruschi importanti, vicino a Roselle. Qui al Ponterotto, invece, Hymer dichiara che la presenza degli scavi è incompatibile con quella del capannone progettato: e allora? Allora si spostano quelle quattro pietre che (in fondo) non interessano a nessuno, nella prevista “Area archeologica di Ponterotto” collocata in adiacenza alla zona de La Botte in prossimità della percorso pedo-ciclabile. Meglio ancora, così ci si va anche in bicicletta a visitare la (falsa) area archeologica.
Non è nostro compito mettere in discussione l’avallo che la Soprintendenza e il Ministero dei Beni Culturali hanno dato all’operazione, certamente ci proponiamo di approfondire le scelte fatte con la collaborazione di esperti qualificati. Intanto ci sembra inevitabile rilevare la mancanza di trasparenza da parte della Giunta comunale in tutta questa vicenda, nonostante le assicurazioni date. E perché nessuno viene a spiegare ai più diretti interessati, cioè ai dipendenti Laika, come mai si sono persi dieci anni senza che nessuno dei responsabili, pubblici e privati, si accorgesse che qualche centimetro sotto terra c’erano tracce di insediamenti di più di duemila anni? Non avevano mai sentito parlare di archeologia preventiva?
Ma l’errore risale proprio a quella scelta di dieci anni fa, quando fu individuata un'area agricola che doveva essere per forza proprio quella, senza nessuna possibile alternativa, un'area ad alto valore ambientale e paesaggistico, evidentemente inadatta ad ospitare un insediamento industriale. Se davvero c’era l’urgenza che allora ci dicevano, non era meglio cercare soluzioni diverse? La “ricollocazione” del sito archeologico del Ponterotto non è che l’ultima forzatura per coprire le responsabilità di chi ha voluto a tutti i costi un’operazione immobiliare che nulla ha a che vedere con l’interesse dei lavoratori.

mercoledì 20 luglio 2011

10 anni dai fatti di Genova

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Lettera aperta al Presidente della Repubblica Italiana
Signor Presidente,
varie – ci sono le inchieste in corso, aspettiamo il giudizio di primo grado, poi di secondo grado, poi di terzo grado… – rifiutando, con vigliaccheria, una seria assunzione di responsabilità.
Continuo a pensare, come il procuratore generale, che le scuse alle vittime degli abusi, e a tutti i cittadini, non possano tardare oltre. Ora è l’ultima occasione per rimediare a un’omissione che ha menomato la credibilità delle istituzioni democratiche italiane. Questa settimana, saranno a Genova molte delle vittime italiane e straniere di quegli abusi, persone che hanno collaborato lealmente con la magistratura italiana, testimoniando davanti ai giudici e partecipando ai processi come parti civili; sono persone che meritano il ringraziamento delle nostre istituzioni.
E’ arrivato il momento che Lei, il presidente della Repubblica, dica una parola chiara e chieda scusa a nome dello stato, è una questione, ormai, di dignità delle istituzioni.
Quanto alle mancate dimissioni (e le numerose promozioni) di chi aveva ed ha tuttora ruoli di alta responsabilità, nonostante le condanne in primo e secondo grado, è legittimo chiedersi: “che polizia abbiamo?”. La mia risposta è che abbiamo una polizia, a partire dal vertice, che ha mancato di rispettare i propri obblighi morali e civili di fronte ai cittadini ed alla Costituzione. Un vertice di polizia che ha perduto ogni credibilità.
La nostra Carta fondamentale all’articolo 54 dice: “I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche ha
tra pochi giorni sarà il decimo anniversario dei fatti di Genova, luglio 2001.
In questi lunghissimi dieci anni ho scritto molte lettere: ai Presidenti della Repubblica, ai Presidenti del Consiglio, ai ministri, ai parlamentari, che si sono succeduti.
Sollecitando risposte, prese di posizione, di fronte agli abusi compiuti dalle forze di Polizia in quei giorni ed ampiamente documentate e provate dai processi e dalle sentenze in merito ai fatti di strada, alle violenze perpetrate alla Scuola Diaz ed a Bolzaneto.
Non ci sono mai state risposte e questa è l’ultima lettera che scriverò, la mia mano è stanca e la mia voce quasi afona.
Il procuratore generale di Genova: Luciano Di Noto, in un’intervista, ha detto parole molto chiare sul comportamento tenuto dalle istituzioni pubbliche in merito agli abusi di potere, i falsi, le calunnie, le violenze attribuiti alle forze di polizia durante il G8 di Genova. Sono parole importanti, dato il ruolo e il prestigio personale di chi le ha pronunciate.
Secondo Luciano Di Noto, di fronte ai fatti avvenuti alla scuola Diaz e nella caserma di polizia di Bolzaneto, qualcuno doveva chiedere scusa e chi aveva alte responsabilità doveva dimettersi.
Da anni chiedo le stesse cose – scuse e dimissioni – ma nessuno, ai vertici dello stato, ha mai avuto il coraggio di dare una risposta. Si è fatto finta di non sentire, di non sapere, si sono accampate le scuse più nno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge”.
In questi dieci anni concetti come onore, responsabilità, lealtà istituzionale sono rimasti ai margini, arrecando un grave danno alle nostre istituzioni. Se qualcuno, a partire da Lei, vuole impegnarsi per rimarginare la ferita aperta nel luglio 2001, diventata una piaga purulenta nel decennio seguente, è ora che si faccia avanti.
Enrica Bartesaghi
Presidente Comitato Verità e Giustizia per Genova
http://www.veritagiustizia.it/
da l'Altracittà, giornale delle periferie

martedì 14 giugno 2011

SAFI SMANTELLA IL GASSIFICATORE DI TESTI: OLTRE ALLO SPRECO DI RISORSE SI PENSA GIA' AL NUOVO INCENERITORE?

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Operazione a sorpresa di Safi Spa: la società ha pubblicato un'indagine esplorativa di mercato per la ricerca di operatori economici per la “decommissioning” del gassificatore. In pratica sembra proprio che l'impianto verrà dismesso e smantellato.
Il gassificatore di Testi ha determinato costi di diverse decine di milioni di euro. Sotto il profilo economico possiamo dire che rappresenta un caso emblematico di spreco di denaro pubblico, sia negli anni di attività che negli anni successivi di “stand-by”, e evidente incapacità di gestire impianti complessi con alto impatto negativo sulla salute dei cittadini e sull'ambiente. Praticamente non ha mai funzionato. Nel 2001 è stato definitivamente fermato ma è sempre stato considerato un impianto essenziale dalle amministrazioni partecipate di Safi al punto che i costi di manutenzione, oltre 3 milioni di euro, sono stati riconosciuti dai Comuni al gestore al momento del conferimento alla Spa della proprietà degli impianti di trattamento e smaltimento rifiuti , quindi ancora notevoli risorse pubbliche investite sul gassificatore.
Il valore dell'impianto , stimato in 1.831.000 euro, è stato ampiamente sottolineato sia nel procedimento di cessione da parte dei Comuni degli impianti di Testi e Sibille a Safi, sia nel procedimento di fusione Safi Spa-Quadrifoglio Spa; di più, tali atti hanno previsto l'utilizzo e la riattivazione degli attuali macchinari. E adesso, invece, si procede a “rottamare” il tutto?
Ci chiediamo allora come sono state amministrate le risorse pubbliche e se l'obiettivo vero, una volta raggiunta la fusione societaria tra Safi e Quadrifoglio, non sia quello di disfarsi di macchinari che realmente sono obsoleti e ormai inutilizzabili per far posto al nuovo inceneritore, vero grande interesse della nuova Spa.
Su questi temi Laboratorio per un'altra San Casciano-Rifondazione Comunista presenta una domanda di attualità al prossimo consiglio comunale di San Casciano Val di Pesa.
A parer nostro questa vicenda rappresenta in modo emblematico come le scelte strategiche del gestore e dei Comuni partecipati di Safi non abbiano rappresentato l'interesse della collettività: come si giustifica lo sperpero di risorse nel corso di tanti anni? E, per il futuro, proprio in vista della discussione sul nuovo piano interprovinciale per la gestione dei rifiuti che pare sarà presentato a breve, perché le Amministrazioni del Chianti non voltano davvero pagina e propongono una diversa strategia per la gestione dei rifiuti? Esiste un ampio movimento che da vari anni richiede con precise proposte un cambiamento di rotta nella gestione dei rifiuti; adesso a livello politico provinciale si aprono prospettive interessanti; l'Amministrazione di Greve sta facendo proposte sulle quali sarebbe doveroso aprire un confronto.
L'incenerimento dei rifiuti è ormai una tecnica superata, oltre che insicura e insalubre, ovunque la si voglia praticare; le alternative concrete sono a disposizione, basta la volontà di fare scelte innovative. Ci rivolgiamo in particolare al Sindaco di San Casciano: perché arroccarsi su posizioni di retroguardia, invece di promuovere una pianificazione della gestione dei rifiuti fondata sulle pratiche della riduzione, del riuso, del riciclo, utilizzando la raccolta differenziata porta a porta su area vasta, e scegliere di destinare a queste priorità le ingenti risorse che sarebbero nccessarie per la realizzazione e la gestione di un inceneritore? Pensiamo che un'amministrazione attiva e lungimirante si dovrebbe riconoscere in queste scelte che a nostro modo di vedere sono le uniche che realmente tutelano il benessere della collettività e promuovono una gestione sostenibile del territorio e delle risorse.

lunedì 13 giugno 2011

UNA VITTORIA PER IL FUTURO, PER IL CAMBIAMENTO

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GRAZIE
A TUTTI I CITTADINI DI SAN CASCIANO VAL DI PESA
CHE HANNO CREDUTO NEI REFERENDUM
E HANNO PARTECIPATO A QUESTA CONSULTAZIONE

UNA VITTORIA DELLA DEMOCRAZIA
Il raggiungimento  del  quorum  restituisce  allo  strumento  del  referendum  credibilità  e  legittimità

UNA VITTORIA PER IL DIRITTO ALL'ACQUA E AI BENI COMUNI
Adesso si può lottare con più forza per impedire la privatizzazione degli acquedotti, potremo parlare di ripubblicizzazione del servizio, a partire da Publiacqua

UNA VITTORIA PER IL DIRITTO AL FUTURO
Cancellando il Piano Nucleare del Governo, gli elettori hanno affermato il diritto delle future generazioni a vivere in un mondo senza scorie, senza rischi di contaminazione nucleare

UNA VITTORIA DELLA LEGALITA'
Con la bocciatura del legittimo impedimento i cittadini hanno voluto riaffermare l'uguaglianza di tutti di fronte alla legge

UNA VITTORIA PER CAMBIARE

venerdì 27 maggio 2011

BANCHINI INFORMATIVI PER I 4 REFEREDUM DEL 12-13 GIUGNO 2011

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ACQUA PER TUTTI
NUCLEARE PER NESSUNO
SENZA LEGITTIMO IMPEDIMENTO

BANCHINO INFORMATIVO
SABATO 28 MAGGIO COOP SAN CASCIANO VAL DI PESA ORE 10-13
LUNEDI' 30 MAGGIO MERCATO SAN CASCIANO VAL DI PESA ORE 10-13

DIFENDIAMO I NOSTRI DIRITTI
CHIEDAMO LO SVOLGIMENTO DEI QUATTRO REFERENDUM
ANDIAMO TUTTI NUMEROSI A VOTARE IL 12-13 GIUGNO

PER L'ACQUA BENE COMUNE
PER FERMARE IL NUCLEARE
PERCHE' LA GIUSTIZIA SIA UGUALE PER TUTTI



martedì 17 maggio 2011

A SAN CASCIANO VAL DI PESA ASSOCIAZIONI, FORZE POLITICHE E CITTADINI SOTTOSCRIVONO UN APPELLO PER I REFERENDUM 2011

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APPELLO  PER LA CAMPAGNA REFERENDARIA
PER I 4 REFERENDUM DEL 12-13 GIUGNO 2011
Il 12 ed il 13 giugno voteremo per quattro referendum abrogativi.
Le televisioni, le radio ed i giornali ne parlano molto poco.
Governo e parlamento cambieranno fino all’ultimo le leggi sottoposte ai referendum, per scoraggiare i cittadini dall’andare a votare.
Gli argomenti dei quattro referendum riguardano questioni che interessano tutti come la privatizzazione dell’acqua, la reintroduzione dell’energia nucleare e l’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge.
Esprimersi sulla bontà o l'iniquità di leggi così importanti è un diritto ed un dovere di tutti noi.
Per questi motivi riteniamo sia necessario mobilitarsi affinché sia garantito uno dei diritti fondamentali per una democrazia cioè il diritto dei cittadini ad esprimersi, sia raggiunto il quorum e sia quindi resa valida la consultazione su tutti i referendum proposti.
Invitiamo perciò i cittadini, le associazioni i partiti ed i movimenti politici presenti sul territorio che condividono questi obiettivi a sottoscrivere il presente appello e ad avviare una campagna di informazione in modo che tutti siano consapevoli dell’esistenza e dei contenuti dei referendum e decidano quindi di andare ad esprimere la loro volontà attraverso il voto.

Sottoscrivono
l'APPELLO PER LA CAMPAGNA REFERENDARIA
 PER I 4 REFERENDUM DEL 12-13 GIUGNO 2011
Casa del Popolo di Mercatale V.P.
Circolo ARCI di San Casciano V.P.
Associazione culturale EMILE
Circolo Legambiente di Passignano
Mani Tese Firenze
Presidio di Libera "Emanuela Loi" di S.Andrea in Percussina
ANPI MERCATALE Sezione 25 LUGLIO
Rete dei Comitati per la difesa del territorio
Comitato WWF Firenze
Sinistra ecologia e libertà – Circolo di San Casciano V.P.
Laboratorio per un'altra San Casciano
Rifondazione Comunista San Casciano V.P.
Federazione della Sinistra Area Chianti
Sinisa Milanov ref. IDV per S.Casciano
Raffaele Raimondo ref. IDV area Chianti
Gruppo Consiliare Futuro Comune San Casciano V.P.
Barbara Matteuzzi
Laura Bennici
Alessandra Cozzi
Renato Magli
Tommaso Alvisi
Enzo Pratesi
Antonella Buccianti
Ilaria Morelli
Arnaldo J. Manuele
Silvia Benvenuti
Giancarlo Brunetti
Elisabetta Bagnoli
Carlotta Brunetti
Lorenzo Gheri
Pietro Gheri
Maria Luce Bruscoli
Flavio Fenici
Maria Luisa Omodei Zorini
Roberta Giunti
Cristina Montani
Alessandro Lozzi

sabato 16 aprile 2011

Francesco Gesualdi e gli allievi di Don Milani lanciano un appello-da sottoscrivere- al Presidente della Repubblica

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Lettera aperta al Presidente della Repubblica on. Giorgio Napolitano.
11 Aprile 2011

Signor Presidente,
lei non può certo conoscere i nostri nomi: siamo dei cittadini fra tanti di quell'unità nazionale che lei rappresenta.
Ma, signor Presidente, siamo anche dei "ragazzi di Barbiana". Benchè nonni ci portiamo dietro il privilegio e la responsabilità di essere cresciuti in quella singolare scuola, creata da don Lorenzo Milani, che si poneva lo scopo di fare di noi dei "cittadini sovrani". Alcuni di noi hanno anche avuto l'ulteriore privilegio di partecipare alla scrittura di quella Lettera a una professoressa che da 44 anni mette in discussione la scuola italiana e scuote tante coscienze non soltanto fra gli addetti ai lavori.
Il degrado morale e politico che sta investendo l'Italia ci riporta indietro nel tempo, al giorno in cui un amico, salito a Barbiana, ci portò il comunicato dei cappellani militari che denigrava gli obiettori di coscienza. Trovandolo falso e offensivo, don Milani, priore e maestro, decise di rispondere per insegnarci come si reagisce di fronte al sopruso. Più tardi, nella Lettera ai giudici, giunse a dire che il diritto - dovere alla partecipazione deve sapersi spingere fino alla disobbedienza: “In quanto alla loro vita di giovani sovrani domani, non posso dire ai miei ragazzi che l'unico modo d'amare la legge è d'obbedirla. Posso solo dir loro che essi dovranno tenere in tale onore le leggi degli uomini da osservarle quando sono giuste (cioè quando sono la forza del debole). Quando invece vedranno che non sono giuste (cioè quando avallano il sopruso del forte) essi dovranno battersi perché siano cambiate”.
Questo invito riecheggia nelle nostre orecchie, perché stiamo assistendo ad un uso costante della legge per difendere l'interesse di pochi, addirittura di uno solo, contro l'interesse di tutti. Ci riferiamo all’attuale Presidente del Consiglio che in nome dei propri guai giudiziari punta a demolire la magistratura e non si fa scrupolo a buttare alle ortiche migliaia di processi pur di evitare i suoi.
In una democrazia sana, l'interesse di una sola persona, per quanto investita di responsabilità pubblica, non potrebbe mai prevalere sull'interesse collettivo e tutte le sue velleità si infrangerebbero contro il muro di rettitudine contrapposto dalle istituzioni dello stato che non cederebbero a compromesso. Ma l'Italia non è più un paese integro: il Presidente del Consiglio controlla la stragrande maggioranza dei mezzi radiofonici e televisivi, sia pubblici che privati, e li usa come portavoce personale contro la magistratura. Ma soprattutto con varie riforme ha trasformato il Parlamento in un fortino occupato da cortigiani pronti a fare di tutto per salvaguardare la sua impunità.
Quando l'istituzione principe della rappresentanza popolare si trasforma in ufficio a difesa del Presidente del Consiglio siamo già molto avanti nel processo di decomposizione della democrazia e tutti abbiamo l'obbligo di fare qualcosa per arrestarne l'avanzata.
Come cittadini che possono esercitare solo il potere del voto, sentiamo di non poter fare molto di più che gridare il nostro sdegno ogni volta che assistiamo a uno strappo. Per questo ci rivolgiamo a lei, che è il custode supremo della Costituzione e della dignità del nostro paese, per chiederle di dire in un suo messaggio, come la Costituzione le consente, chiare parole di condanna per lo stato di fatto che si è venuto a creare. Ma soprattutto le chiediamo di fare trionfare la sostanza sopra la forma, facendo obiezione di coscienza ogni volta che è chiamato a promulgare leggi che insultano nei fatti lo spirito della Costituzione. Lungo la storia altri re e altri presidenti si sono trovati di fronte alla difficile scelta: privilegiare gli obblighi di procedura formale oppure difendere valori sostanziali. E quando hanno scelto la prima via si sono resi complici di dittature, guerre, ingiustizie, repressioni, discriminazioni.
Il rischio che oggi corriamo è lo strangolamento della democrazia, con gli strumenti stessi della democrazia. Un lento declino verso l'autoritarismo che al colmo dell'insulto si definisce democratico: questa è l'eredità che rischiamo di lasciare ai nostri figli. Solo lo spirito milaniano potrà salvarci, chiedendo ad ognuno di assumersi le proprie responsabilità anche a costo di infrangere una regola quando il suo rispetto formale porta a offendere nella sostanza i diritti di tutti. Signor Presidente, lasci che lo spirito di don Milani interpelli anche lei.
Nel ringraziarla per averci ascoltati, le porgiamo i più cordiali saluti
Francesco Gesualdi, Adele Corradi, Nevio Santini, Fabio Fabbiani, Guido Carotti, Mileno Fabbiani, Nello Baglioni, Franco Buti, Silvano Salimbeni, Enrico Zagli, Edoardo Martinelli, Aldo Bozzolini

Per sottoscrivere questo appello scrivete a letteranapolitano@altreconomia.it

venerdì 15 aprile 2011

Emergency: in ricordo di Vittorio Arrigoni

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Vittorio Arrigoni è l’ennesima vittima civile della guerra e della logica della guerra. Da anni Vittorio era un testimone delle violazioni dei diritti umani nei Territori Occupati e lavorava per affermare il diritto della popolazione civile dei Territori a vivere, e a vivere con dignità.
La sua uccisione ci lascia sgomenti. Quello che possiamo e dobbiamo fare, adesso, è non dimenticarci di lui e del suo lavoro, anche quando la notizia della sua morte sarà scomparsa dai giornali.
La pratica dei diritti umani, violati ogni giorno nella maggior parte del mondo, è l’unico modo per uscire dalla logica della guerra. Quella logica che toglie vita e dignità ai cittadini del mondo, dai Gaza a Tel Aviv, da Kabul a Misurata, da Haiti a Lampedusa. La stessa logica che ha ucciso Vittorio.

Emergency, 15 aprile 2011

giovedì 31 marzo 2011

Fusione Safi Quadrifoglio: operazione nell'interesse dei cittadini o della società per azioni? Il nostro comunicato stampa

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COMUNICATO STAMPA
La fusione societaria Safi Quadriglio ci viene presentata come la  soluzione per la gestione dei rifiuti nella provincia di Firenze. A nostro giudizio le cose non stanno così.
Le Amministrazioni locali da tempo hanno rinunciato a svolgere un ruolo diretto nella gestione dei servizi pubblici essenziali, lasciando la gestione dei rifiuti, acqua e trasporti a società per azioni e ricoprendo  un duplice e contraddittorio  ruolo di controllori, come amministrazioni pubbliche, e controllati come azionisti.
Il governo dell'impresa è stato assunto come modello di gestione dei servizi, quindi è prevalso l'obiettivo, legittimo per società di diritto privato, del profitto che, gioco forza, viene caricato sulle tariffe, cioè sulle tasche dei cittadini. Non c'è più spazio né funzione per i beni comuni pubblici.
Le politiche perseguite ormai da anni di aziendalizzazione e privatizzazione dei servizi locali di pubblica utilità non hanno mantenuto le promesse fatte di efficienza e risparmio: i servizi non migliorano, non abbiamo maggiore efficienza e le tariffe  aumentano in modo consistente: Publiacqua Spa., già privatizzata al 40%, in tal senso insegna. 
Pensiamo che la  fusione Safi-Quadrifoglio relegherà ancor di più le amministrazioni del Chianti  a un ruolo marginale nella gestione del servizio (il comune di Firenze detiene oltre l'80% delle quote azionarie), il controllo e la trasparenza saranno ancora più problematici e incerti, i cittadini meno tutelati.
La nuova Spa è solo l'inizio del cambiamento: presto avremo ulteriori  concentrazioni societarie finalizzate alla creazione di un gestore unico dei rifiuti per le province di Firenze Prato e Pistoia e andremo a grandi passi verso la privatizzazione almeno al 40% in vista delle gare per l'appalto della costruzione degli inceneritori (per l'impianto della Piana le grandi holding Hera e Veolia si sono già candidate).
La società avrà come obiettivo prioritario la costruzione degli impianti di incenerimento, vero e unico interesse economico di tutta l'operazione. Se l'inceneritore di Testi non fosse realizzato, i comuni del Chianti dovranno rispondere economicamente del mancato realizzo: un atto di pressione fortissimo  perché le nostre comunità accettino la costruzione dell'inceneritore di Testi. 
Sono scelte deleterie per i cittadini e per il territorio.  La futura Spa avrà grande interesse a costruire l'inceneritore. Crediamo che l'interesse della collettività, dell'ambiente e della salute, beni comuni per eccellenza, stia da un'altra parte: politiche concrete per la riduzione dei rifiuti, riuso,  riciclo e recupero dei materiali, pianificazione di area del servizio di raccolta porta a porta con tariffazione puntuale. Per queste scelte noi continueremo ad impegnarci; scelte prioritarie che sono state adottate da un numero sempre più esteso di Comuni (Capannori, Montespertoli, etc.), dimostrandone così i vantaggi in termini economici, ambientali e occupazionali.
La realtà è che queste società sono sempre più distanti dai territori, sempre più attente  al profitto e alla creazioni di posizioni di potere per i politici, sempre meno finalizzate a rappresentare l'interesse della collettività. 
Ci dovremmo invece orientare verso modelli innovativi di “pubblico partecipato”, recuperando la centralità del soggetto pubblico in questioni centrali per la vita e il benessere delle popolazioni.



2 aprile: manifestazione a Roma e in tante piazze italiane per dire NO alla guerra

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APPELLO COORDINAMENTO 2 APRILE
Le persone, le organizzazioni e le associazioni che in questi giorni hanno sentito la necessità, attraverso appelli, prese di posizioni e promozione di iniziative, di levare la propria voce
       CONTRO LA GUERRA E LA CULTURA DELLA GUERRA
PER SOSTENERE LE RIVOLUZIONI E LE LOTTE PER LA LIBERTÀ E LA DEMOCRAZIA DEI POPOLI MEDITERRANEI E DEI PAESI ARABI
     PER L'ACCOGLIENZA E LA PROTEZIONE DEI PROFUGHI E DEI MIGRANTI
CONTRO LE DITTATURE, I REGIMI, LE OCCUPAZIONI MILITARI,
LE REPRESSIONI IN CORSO
   PER IL DISARMO, UN'ECONOMIA ED UNA SOCIETÀ GIUSTA E SOSTENIBILE

 CHIEDONO
LO STOP AI BOMBARDAMENTI E IL CESSATE IL FUOCO IN LIBIA
per fermare la guerra, la repressione ed aprire la strada a una soluzione politica coerentemente democratica.
IL 2 APRILE 2011 SARÀ UNA GRANDE GIORNATA DI MOBILITAZIONE E PARTECIPAZIONE ATTIVA A ROMA E IN TANTE PIAZZE D'ITALIA.
A partire da quella data ci impegniamo a dar vita ad un percorso diffuso sul territorio di mobilitazioni, iniziative, informazione, assemblee, incontri e solidarietà con i movimenti dei paesi arabi.

per adesioni: coordinamento2aprile@gmail.com
Prime adesioni:
Arci, Action, Associazione Ya Basta Italia, Associazione per il rinnovamento della sinistra, Associazione per la pace, A Sud, Attac Italia, AteneinRivolta, Comitato Fiorentino Fermiamo la guerra, Cobas, Democrazia Chilometro Zero, Emergency, ESC, FIOM–CGIL, Gruppo Abele, Horus Project, Lega diritti dei Popoli, Legambiente, Libera, Lunaria, Mediterranea, Rete@Sinistra, Rete della Conoscenza, Rete Romana Solidarietà al Popolo Palestinese, Rete Studenti Medi, Sinistra Euromediterranea, Stryke-Yomigro, UDU, Un ponte per
FedS, FGCI, GC, PCdL, PdCI, Prc, Sinistra Critica, Se

lunedì 28 marzo 2011

Libia: da Emergency a Libera, no a guerra, sì a diritti umani

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LIBIA: PACIFISTI, NO GUERRA SI' DIRITTI UMANI
DA EMERGENCY A LIBERA, CORRIDOIO UMANITARIO E COMANDO ONU
(ANSA) - ROMA, 21 MAR - No all'intervento militare in Libia, ridare la parola alla politica: è un grido unanime quello che proviene dalle associazioni dei pacifisti e dalle organizzazioni umanitarie italiane, che chiedono l'apertura immediata di un corridoio per portare assistenza alla popolazione libica. "Nessuna guerra può essere umanitaria" sostiene Emergency. L'organizzazione di Gino Strada è in prima fila nel chiedere che si riprenda il dialogo, anche attraverso l'invio di ispettori delle Nazioni Unite e di osservatori della comunità internazionale e l'apertura immediata di un corridoio umanitario per portare assistenza alla popolazione libica. L'Italia non doveva e non deve bombardare, fa eco Flavio Lotti, della Tavola della pace, che chiede di "cambiare subito rotta". L'iniziativa militare contro Gheddafi, secondo Lotti, è stata "assunta in fretta da un gruppo di paesi che hanno fatto addirittura a gara per stabilire chi bombardava per primo, che non ha nemmeno una strategia comune, che non ha un chiaro comando unificato ma solo una forma di coordinamento, con una coalizione internazionale che si incrina ai primi colpi e che deve già rispondere alla pesante accusa di essere andata oltre il mandato ricevuto. Si poteva iniziare in modo peggiore?". Ora l'Italia "ha una sola grande missione da compiere: fermare l'escalation della violenza, togliere rapidamente la parola alle armi e ridarla alla politica, promuovere il negoziato politico a tutti i livelli per trovare una soluzione pacifica e sostenibile. L'Italia deve diventare il crocevia dell'impegno europeo e internazionale per la pace e la sicurezza umana nel Mediterraneo". Uno stop all'escalation che chiede anche Libera, associazione contro le mafie fondata da don Ciotti: "c'è un Nord Africa che coraggiosamente sta cercando di rialzare la testa, prova a riscattarsi da decenni di oppressione, disuguaglianze e bugie e come contraltare assistiamo alla debolezza delle politica, che in Italia e in Europa si preoccupa soprattutto di presidiare le frontiere alzando lo spettro delle 'invasioni barbariche'". Una condanna senza mezzi termini dell'intervento militare giunge anche da Pax Christi, che chiede di "operare in ogni ambito possibile di confronto e di dialogo perché si faccia ogni sforzo così che l'attuale attacco armato non diventi anche una guerra di religione". Mentre per il presidente delle Acli, Andrea Olivero, "il comando delle operazioni in Libia deve passare il prima possibile all'Onu: solo le Nazioni Unite possono garantire la trasparenza e la legittimità internazionale di un intervento che sia davvero e solamente a scopi umanitari". (ANSA).

Bilancio di previsione 2011 e triennale 2011-2013 Comune San Casciano Val di Pesa: le motivazioni del nostro voto contrario

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Le Amministrazioni locali sono in grande difficoltà finanziaria per i tagli alle risorse decisi dal governo nazionale. Proprio per questo sarebbe stato necessario un ripensamento sulle scelte politiche complessive e sugli strumenti di attuazione che si scelgono. Questo stanno facendo numerosi comuni virtuosi che hanno messo al centro della loro azione amministrativa  la difesa del territorio e dei beni comuni, quali patrimonio della collettività, garantendo la partecipazione attiva e non consuntiva dei cittadini alle  scelte, anche difficili, da operare nella gestione delle risorse.
Non vediamo questa impostazione di fondo nel bilancio di previsione del Comune di San Casciano.
Nelle entrate la voce “permessi di costruzione” è molto alta (anche se in flessione per la generale crisi dell'edilizia) e incide per il 65% sulla spesa corrente. Il dato è preoccupante ed è evidente,         tanto più in questo momento di grave crisi, quanto pesi negativamente questa consolidata scelta politica delle Amministrazioni locali di reperire risorse contando sulla cementificazione del territorio: si è instaurato da tempo un meccanismo perverso per cui si considera “normale” finanziare i servizi tramite l'uso e l'abuso del consumo di suolo.
L'altro dato assolutamente negativo è la scelta di alienare parte del patrimonio pubblico per garantire, si dice, il pareggio di bilancio. Abbiamo allora l'alienazione di un terreno a La Romola e della ex scuola di Chiesanuova. Nel 2012-2013 sono previste l'alienazione di un altro terreno a Cerbaia e di parte  del cantiere comunale. Sono scelte sbagliate e miopi: l'anno prossimo, che pare di capire non sarà certo migliore, cosa si inventeranno? Sulle potenzialità edificatorie e l'alienazione del patrimonio si gioca una partita decisiva per la gestione del territorio. Continuiamo a sostenere che occorre svincolare il futuro del territorio dalle esigenze di bilancio, pensare cos'è giusto tutelare, puntare a fermare il consumo di suolo che non può essere più utilizzato come “moneta corrente” per i bilanci comunali. Invece si vendono terreni e immobili, cambiando la destinazione d'uso (da agricolo a edificabile, da destinazione pubblica a residenziale) così avremo ancora tanti bei appartamenti e varianti urbanistiche: così si tutela davvero la collettività?
Fermare il consumo di suolo non vuol dire fermare l'economia. Se il soggetto pubblico indirizza l'urbanistica verso il recupero, il mercato si adegua. Ma ancora il Comune di San Casciano non ha approvato il Regolamento Urbanistico: si va avanti con varianti al Piano Regolatore. Ma, ad esempio, sappiamo quanti sono gli immobili inutilizzati nel nostro comune? Ovviamente no, non è stata fatta alcuna ricognizione; in ogni caso si prevede con il prossimo RU una “limitata espansione edilizia” che ancora non si riesce a tradurre in dato concreto, a cui dovremo aggiungere tutto ciò che rimane da edificare secondo il PRG: presumibilmente non sarà poco, intanto comunque continuiamo con le varianti...
L'altro grande capitolo di dissenso profondo non lo troviamo nel bilancio di previsione, per il semplice motivo che la gestione di servizi essenziali per i cittadini come acqua e rifiuti non sono più gestiti dall'Amministrazione. Si parla di servizi locali che vengono gestiti da tempo attraverso società per azioni, pubbliche o miste. Negli anni le SPA hanno sottratto beni comuni, soldi e democrazia ai cittadini e ai territori. Su questo tema occorre aprire un capitolo nuovo: questi sono beni comuni che devono tornare nella piena disponibilità, gestione e controllo delle comunità locali. Per una questione di democrazia e di trasparenza. Le Spa non possono rappresentare il futuro per i servizi di pubblica utilità. Sono imprese di diritto privato e come tali perseguono l'obiettivo, legittimo, del profitto, che viene assicurato tramite le tariffe, cioè le tasche dei cittadini.
20 e più anni di aziendalizzazione, privatizzazione e false liberalizzazioni hanno dimostrato che le promesse di efficienza e risparmio non sono state mantenute: peggiore qualità dei servizi, aumento della precarizzazione del lavoro e aumento consistente delle tariffe. I consigli comunali svolgono un ruolo di “ratificatori” di bilanci societari, cambi azionari, dismissioni, perdono il ruolo di indirizzo politico e di tutela dell'equità sociale. Non si rappresentano così gli interessi collettivi.
Possiamo parlare di Publiacqua, privatizzata al 40% (Acea e Suez). Gli effetti della privatizzazione sono  evidenti: anche se formalmente la maggioranza azionaria rimane in mano al “pubblico”, non sfugge a nessuno che la gestione vera, e dunque il controllo societario e le scelte industriali, sono espressione diretta degli interessi del socio industriale, non delle amministrazioni pubbliche.
Con Publiacqua privatizzata abbiamo raggiunto il primato di avere l'acqua più cara d'Italia, negli anni 2008-2010 abbiamo avuto aumenti del 40%. Nel 2011 abbiamo aumenti della quota fissa di oltre il 6% e aumenti ben più  consistenti nella parte variabile, e sono certi aumenti nei prossimi anni. Che dire poi della storia incredibile dell'aumento della cauzione (vera e propria gabella) imposta da Publiacqua... Chi difende i diritti dei cittadini? Forse i sindaci in quanto controllori tramite gli organismi degli Ato? Forse i rappresentanti dei soci pubblici nel soggetto gestore? Le domande sono retoriche... Così come è intollerabile che Publiacqua spa, all'insaputa dell'Ato3, quindi dei sindaci e dei consigli comunali, stia procedendo a cessioni di rami d'azienda, costituzione di aziende di scopo, in probabile, se non certa violazione degli atti di concessione, legislazione di settore, diritti dei lavoratori: emblematico il caso di “Ingegnerie Toscane”.
Possiamo anche parlare di Safi Quadrifoglio Spa e quindi di gestione dei rifiuti. Abbiamo una fusione societaria che è solo il primo passo verso concentrazioni maggiori, in previsione della privatizzazione della società almeno al 40%. Abbiamo criticato questa fusione, penalizzante per i comuni del Chianti, finalizzata essenzialmente alla costruzione e gestione degli  inceneritori previsti, per il Chianti ovviamente l' inceneritore di Testi. Intanto insieme al bilancio di previsione comunale è stato approvato il piano finanziario di Safi Spa per il 2011 che  comporterà un aumento medio della tariffa del 7%: un piano finanziario che non indica una pianificazione di area della raccolta differenziata “porta a porta” che quindi rimane un servizio
sperimentale, senza investimenti e strumenti specifici di attuazione; che non utilizza l'impianto di compostaggio di Ponterotto che continua a rimanere chiuso e inutilizzato. Non pare proprio che le politiche che noi abbiamo sempre indicato come prioritarie -riduzione dei rifiuti, riuso e riciclo dei materiali- siano all'ordine del giorno del gestore! Si continuano ad utilizzare le discariche e l'unico obiettivo vero delle spa che gestiscono i rifiuti è la realizzazione degli inceneritori, impianti dannosi e diseconomici. Non vediamo l'interesse pubblico in queste scelte!
Il gruppo consiliare Laboratorio per un'altra San Casciano-Rifondazione Comunista è in Consiglio Comunale per rappresentare obiettivi e scelte diverse.
Il concetto di “benessere” andrebbe ridefinito da ciascuno di noi e le istituzioni dovranno sempre più misurarsi con questo tema cruciale. Francesco Gesualdi nel suo saggio “L'altra via, dalla crescita al benvivere, programma per un'economia della sazietà” ben ci spiega la necessità di riformulare il nostro sistema economico, per un'economia che tuteli i diritti e i beni comuni, quindi il ruolo prioritario che le Amministrazioni locali potrebbero avere in questo processo di cambiamento.
Il PIL cresce molto se facciamo una colata di cemento in un campo agricolo o se privatizziamo un servizio in più. Invece il PIL si muove appena se quello stesso campo è coltivato a ortaggi da pensionati per un gruppo di acquisto solidale o se viene garantita la fornitura dell'acqua anche a chi è moroso per necessità, venendo meno alla logica del profitto della Spa di turno. Qui sta la differenza fondamentale. 
Noi cerchiamo di rappresentare gli interessi della collettività, avendo come obiettivo la salvaguardia del territorio, bene comune per eccellenza, dei diritti inalienabili e della equità sociale che possono e potranno essere garantiti solo se saremo capaci di operare un profondo cambiamento nella gestione della cosa pubblica e se in generale si riuscirà a prospettare un progetto di società che sappia garantire a tutti il soddisfacimento dei bisogni fondamentali nel rispetto della capacità di tenuta del pianeta, dei suoi equilibri naturali, dei suoi tempi di rinnovamento, rivedendo in profondità non solo come produrre, ma anche cosa e quanto produrre. Stiamo cercando di dare un piccolo contributo  proprio in questo senso, quindi esprimiamo un voto contrario al bilancio di previsione e alle scelte complessive che l'Amministrazione sta portando avanti sui servizi di pubblica utilità.

mercoledì 23 marzo 2011

Publiacqua non calcola correttamente i conguagli e viene bocciata anche dal CO.N.VI.R.I.

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Nella seduta del 24 febbraio la Commissione Nazionale per la Vigilanza sulle risorse Idriche (Co.N.Vi.R.I) ha espresso un parere in cui dichiara non corrette le modalità con cui Publiacqua risulta abbia provveduto alla fatturazione dell’acqua nel periodo 2002-2006, agli abitanti dei Comuni del Chianti fiorentino, tra cui quello di San Casciano VP.
La questione riguarda la mancata applicazione del cosiddetto “conguaglio annuale” per le tariffe del servizio di fornitura di acqua, ovviamente a svantaggio degli utenti.
Publiacqua non volendo riconoscere la fondatezza di quelle motivazioni, ha presentato un quesito alla Commissione nazionale (Co.N.Vi.R.I), ma l’esito non è stato favorevole.
Ecco il passaggio conclusivo della Commissione Nazionale: “...in omaggio al principio fondamentale della uguaglianza ed imparzialità di trattamento di utenti domestici dello stesso ambito serviti dallo stesso gestore, seppur in regime tariffario differente, si ritiene che la modalità di bollettazione da adottare, e quindi da riconoscere anche per il passato agli utenti dei sei comuni in questione, non possa essere che quella che considera l'annualità quale base temporale di riferimento degli scaglioni tariffari”.
Identico giudizio era stato precedentemente espresso anche da AATO3, l'Autorità di Ambito Territoriale Ottimale, che in data 6 novembre 2009 si pronunciava sottolineando che “...la mancata applicazione del conguaglio annuo ha potuto portare all'applicazione di tariffe superiori rispetto a quanto imputabile in base all'applicazione degli scaglioni annuali di consumo se pur per cifre modeste”.
Se per ogni utente si tratterebbe di “cifre modeste”in ogni caso la somma relativa all’insieme degli utenti a livello comunale e dei comuni del Chianti può essere di rilievo, e comunque si tratta di affermare un principio di giustizia e equità.
Adesso Publiacqua deve rimborsare per gli errori commessi.
AL FINE DI EVITARE CHE DEBBA ESSERE OGNI SINGOLO CITTADINO UTENTE A DOVERSI ATTIVARE NEI CONFRONTI DI PUBLIACQUA PER POTER OTTENERE IL RICALCOLO CON LA CORRETTA APPLICAZIONE DEL “CONGUAGLIO ANNUALE“ NEL PERIODO 2003-2006, CHIEDIAMO CHE SIA IL COMUNE DI SAN CASCIANO, ANCHE COORDINANDOSI CON GLI ALTRI COMUNI DEL CHIANTI, A VERIFICARE LE MODALITÀ DI FATTURAZIONE ATTUATE DA PUBLIACQUA IN QUEGLI ANNI ED EVENTUALMENTE ATTIVARSI PER CONTO ED A TUTELA DEGLI INTERESSI DEI PROPRI CITTADINI.

domenica 20 marzo 2011

I SERVIZI ESTERNALIZZATI DAL COMUNE DI SAN CASCIANTO VAL DI PESA

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Durante la seduta del Consiglio Comunale del 10 marzo scorso è stata discussa la delibera per l'autorizzazione al mantenimento delle partecipazioni possedute dal Comune nelle seguenti società:
Eurochianti scrl
Toscana Energia spa
Safi spa
Casa spa
Quadrifoglio spa
Start srl
Publiacqua spa
Agenzia Fiorentina per l'Energia srl
Il Comune di san Casciano VP partecipa direttamente di otto società, ma dobbiamo considerare che queste società a loro volta partecipano di altre trentadue società (secondo quanto comunicato dalla Corte dei Conti anno finanziario 2008): una rete sempre più complessa di rapporti societari.
Il nostro gruppo consiliare ha espresso un voto contrario.
I servizi essenziali sono sempre più lontani dai cittadini e dai territori.
I risultati negativi di una lunga stagione di esternalizzazione e privatizzazione dei servizi stanno emergendo con sempre maggiore chiarezza. Il falso mito dell'efficienza del privato non ha portato a miglioramenti nella gestione ed erogazione dei servizi, mentre l'indebolimento del ruolo pubblico ha senz'altro portato minori possibilità di controllo, minor equità, peggiori condizioni lavorative e, spesso, un aumento delle spese a carico dei cittadini.
L'Amministrazione pubblica, che dovrebbe garantire il controllo, in realtà ha ben poco potere; quando le società per azioni vengono privatizzate (come Publiacqua, partecipata al 40% da Acea/Suez), la gestione societaria e le scelte industriali sono espressione diretta degli interessi dei soci privati. Per non parlare del ruolo dei consigli comunali -che sembrano sempre più consigli di amministrazione, impegnati a dissertare su cambi, azioni, privatizzazioni, più che a risolvere i problemi dei cittadini- diventati organi di ratifica di scelte prese in palazzi lontani.
Sono stati privatizzati i beni collettivi e vengono gestiti da enti di diritto privato che hanno come obiettivo il rendimento economico del servizio perché devono ottenere un profitto; salvo far ricadere sul pubblico e sulle tariffe (cioè sulle tasche dei cittadini) le eventuali perdite.
E' necessario pensare a modelli innovativi di “pubblico partecipato” per la gestione dei servizi locali di pubblica utilità, unica garanzia per riaffermare criteri di equità sociale, di controllo democratico, di tutela dei beni comuni.



TRASPORTI PUBBLICI: AUMENTI E DISSERVIZI

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IN OCCASIONE DEL PROSSIMO CONSIGLIO COMUNALE LABORATORIO PER UN'ALTRA SAN CASCIANO-RIFONDAZIONE COMUNISTA PRESENTA UNA DOMANDA DI ATTUALITÀ PER CHIEDERE AL SINDACO CHIARIMENTI IN MATERIA DI TRASPORTO PUBBLICO E IN PARTICOLARE SUI PROSSIMI AUMENTI DELLE TARIFFE E SULLA CATTIVA INFORMAZIONE SU CORSE E ORARI DEL SERVIZIO. 
A seguito delle riduzioni economiche dei trasferimenti dallo Stato alle Regioni stiamo assistendo a notevoli tagli alle linee del trasporto pubblico con la drastica riduzione di gran parte dei collegamenti tra il capoluogo e le frazioni e una diminuzione delle corse anche sulle tratte più frequentate, prime tra tutte  le corse tra il capoluogo e Firenze,  con il conseguente peggioramento della qualità del servizio (corse sovraffollate negli orari di punta, ecc).
Oltre al danno la beffa. Dalle bacheche poste presso le fermate sono spariti i vecchi orari (o riportano il messaggio “GLI ORARI SONO IN AGGIORNAMENTO”), ma a quasi tre mesi dalla riorganizzazione del servizio non sono stati sostituiti con i nuovi orari aggiornati. Solo nelle fermate principali sono stati affissi avvisi stampati su carta comune che in molti casi non hanno resistito alle intemperie e risultano pressoché illeggibili. Incredibile, ma vero: nell’era della tecnologia avanzata, gli orari del trasporto pubblico locale sono una chimera, si va per “sentito dire” per il forse, non so,  aspetti, ecc, ecc, ecc,.
Ma gli ostacoli all’utilizzo del trasporto pubblico nel comune di San Casciano e più in generale nel Chianti non sono finiti. La provincia di Firenze d’accordo con i Comuni (come dichiara l’assessore provinciale ai Trasporti Stefano Giorgetti in un comunicato stampa del 11/3/2011) ha stabilito dal primo aprile un aumento tariffario dell’8%. Da qui il paradosso per cui ad un peggioramento del servizio corrisponde un aumento del costo.
Per questo si domanda al Sindaco se ritiene necessario sollecitare l’azienda di trasporto pubblico affinché apponga alle fermate degli autobus i nuovi orari (anche se provvisori) in modo che se non si riesce ad avere un buon servizio di trasporto pubblico, almeno si abbia un servizio di informazione adeguato.
Si chiede inoltre nel caso che l'aumento delle tariffe sia già deciso, di intervenire per richiedere che gli aumenti tariffari almeno non ricadano sugli abbonati (studenti e pendolari).
Come Laboratorio per un'Altra San Casciano-Rifondazione Comunista ha già sostenuto in passato ci pare che non si sia usata da questa Amministrazione la forza e la visibilità usata per altri temi!
Occorre un ripensamento delle politiche dei trasporti a livello territoriale, attraverso il coinvolgimento dei cittadini, nell'ottica di incentivare l'uso del mezzo pubblico, anche in vista della riorganizzazione del servizio pubblico regionale di prossima attuazione.

lunedì 14 marzo 2011

Nucleare: scacco matto a Fukushima

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Mentre il Forum Nucleare spendeva 2 milioni di euro per presentare un'ingannevole campagna sul nucleare come una discussione da salotto tra una mossa di scacchi e l'altra; mentre il prof. Veronesi dichiarava che avrebbe dormito senza alcun problema con le scorie radioattive sotto il letto (non risulta al momento pervenuta l'opinione dei condomini); mentre Kikko Testa si sbracciava tra un dibattito e l'altro a spiegare le magnifiche sorti e progressive del nucleare (e del suo conto corrente da quando ha abbandonato l'ecologismo), la realtà, ancora una volta e con tutta la sua drammaticità, si premurava di spiegare cosa significa concretamente la scelta nucleare.

Il terremoto che ha stravolto il Giappone ha provocato un'esplosione dentro un reattore nucleare a Fukushima, provocando una nube radioattiva,  l'evacuazione di 140.000 persone e il ricovero immediato di oltre un centinaio di persone; nel frattempo, anche il sistema di raffreddamento di altri due reattori  dello stesso complesso nucleare dimostra anomalie non ancora risolte e foriere di ulteriori drammatiche preoccupazioni.

Di fronte a tale scientifica dimostrazione del fatto che le centrali nucleari sono intrinsecamente insicure, per cui ogni consesso civile dovrebbe fare l'unica scelta di buon senso possibile .
l' abbandono di una strada energetica obsoleta, insicura, diseconomica e pericolosa- riparte la campagna ideologica dei nuclearisti sulla base delle ormai vetuste dichiarazioni "da noi non potrebbe mai succedere" / "le nuove centrali non comporterebbero questi problemi"/ "e comunque in Giappone non è successo nulla di grave" etc. etc.

Non succederà certo un'inversione di rotta del Governo e dei poteri forti.

Ma quello che può succedere è la ribellione popolare a chi non esita a destinare 40 mld di euro per una tecnologia che rimette l'energia, la sicurezza e la democrazia nelle mani dei soliti noti.

Il popolo dell'acqua ha convocato per il prossimo 26 marzo a Roma una manifestazione nazionale per la ripubblicizzazione dell'acqua e per la difesa dei beni comuni, dei diritti e della democrazia.

Sarà la manifestazione di quanti lottano per la vita e contro la sua consegna ai profitti dei mercati finanziari.

Dovrà essere il luogo dentro il quale anche l'opposizione antinucleare dimostri la propria capacità di presenza diffusa e reticolare, la propria radicale alternativa verso un modello energetico pulito, territoriale e democratico, il proprio insopprimibile desiderio di futuro per il pianeta, le generazioni presenti e future.

Tutte e tutti assieme, allegri e determinati, attivi per non divenire radioattivi, pronti a sommergere con tre valanghe di SI ai referendum della prossima primavera i poteri forti della privatizzazione dell'acqua e del ritorno al nucleare.

Tutte e tutti in piazza, perché tra la Borsa e la vita, abbiamo scelto la vita e la speranza di futuro.



Marco Bersani

Attac Italia
 

San Casciano Val di Pesa • Gruppo consiliare Laboratorio per un’Altra San Casciano - Rifondazione Comunisti Italiani